T&P Magazine

I robot nel nuovo mondo del lavoro.

A cura di Stefano Trifirò

John Nasbitt, studioso e futurologo di fama internazionale, ha coniato trent’anni fa il termine “globalizzazione”.

Con il suo libro “Mind Set” suggerisce gli atteggiamenti mentali per prevedere il mondo che verrà e ci insegna che: “Il senso in cui va il mondo e le sue volontà sono radicati nel passato e nel presente”.

Da questa massima non si discostano di molto le considerazioni che possono essere formulate per quanto riguarda l’evoluzione e l’automazione del mercato del lavoro. Infatti, il dibattito sulle interferenze che il progresso economico e l’automazione presentano sul mercato del lavoro non è una tematica nuova nella macroeconomia.

Ultimamente, si è detto ad esempio, che i robot, e l’automazione in generale, dovrebbero pagare “tasse” pari al gettito fiscale relativo ai lavoratori da essi rimpiazzati. Questa spiegazione non può essere una valida soluzione al problema occupazionale del nostro Paese.

È risaputo, infatti, che le medesime considerazioni vennero formulate in occasione della prima e seconda rivoluzione industriale, nonché in occasione del boom economico del secondo dopoguerra, periodi, questi, tutti caratterizzati per il tramonto di determinate professionalità, ma sempre bilanciate dalla nascita di altrettanta se non superiore domanda di lavoro, anche più qualificato e qualificante.

Non può essere ignorato che il nostro mercato del lavoro è caratterizzato dalla presenza di milioni di posti di lavoro fisiologicamente scoperti per via della semplice mancanza di figure professionali competenti. Al contrario, vi sono molti ambiti del mercato del lavoro saturi con figure professionali che non vengono più richieste. Il problema non è dunque la progressiva automazione del lavoro, ma la scarsa flessibilità con cui il mercato del lavoro si adatta alle nuove esigenze e così anche le politiche fiscali e contributive.

Piuttosto che adottare politiche fiscali meramente afflittive, quali una tassazione “extra” sulle imprese che comprano robot, sarebbe auspicabile una politica fiscale redistributiva. In altre parole, utilizzare il fisco per incentivare, detassando le aziende che investono nell’automazione ed offrono nuove prospettive occupazionali e di crescita.

 

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