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T&P Magazine

Tutela dell’ambiente e Codice Etico aziendale

dell'Avv. Mariapaola Rovetta

Un ruolo sempre più di rilievo nelle aziende lo gioca il Codice Etico.

L’ 8 febbraio 2022  è una data importante, perché il Parlamento, sulla base delle norme che prevedono la possibilità di una revisione costituzionale, senza necessità di ricorrere al referendum, ha inserito tra i diritti costituzionalmente garantiti la tutela dell’ambiente e degli animali, in linea con la Carta di Nizza, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Più nello specifico, sono stai modificati gli artt. 9 e 41 della Carta Costituzionale. Al primo, che  prevede La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, è stata aggiunta la frase: la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.

All’articolo 41, invece, che prevede che l’iniziativa economica è libera, con il limite che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana,  è stato aggiunto che non può essere recato danno anche alla salute e all’ambiente. Dunque parlare di rispetto dell’ambiente e della biodiversità dell’ecosistema non è più solo un concetto etico, ma un diritto costituzionalmente garantito, un valore primario che non può più essere trascurato.

Uno di quei nuovi diritti caratterizzanti la nostra società moderna, in perenne evoluzione.

Al riguardo, gli studi scientifici stanno continuando a dimostrare come le conseguenze del cambiamento climatico impattino quotidianamente sulla nostra vita quotidiana con ripercussioni catastrofiche per quanto riguarda la nostra economia e, pertanto, anche il nostro assetto sociale. Lottare contro il cambiamento climatico significa lottare contro una situazione climatica che ha frantumato l’equilibrio che si era formato tra le varie componenti del pianeta, tra le quali quella umana.

E’ necessario tenere sotto controllo questo equilibrio. Tra le varie policy elaborate dall’ONU, la più importante l’Agenda 2030, ne esiste un’altra che riguarda tutti noi.

L’Africa è il continente meno responsabile delle emissioni CO2, ma quello che per primo ne sta risentendo. Un evento catastrofico naturale in Africa, in una comunità priva di sostegni economici da parte dello Stato, genera illegalità, ossia una catena di eventi che finisce con il colpire i diritti umani non solo di quella comunità, ma di tutte le comunità nel mondo. Le persone di quella comunità si trovano nella cd. trappola della povertà, ossia quella situazione riscontrabile quando non vi è alcun incentivo né in termini economici, né in termini di benefici sociali. Le persone si trovano a non poter mandare i figli a scuola, a non essere più in grado di garantire loro una ciotola di riso al giorno. Queste persone sono coloro che non hanno altra scelta se non quella di abbandonare le loro terre, prive della motivazione costruttiva e salutare che accompagna i migranti, coloro che si spostano con lo scopo di migliorare la qualità della propria vita, un fenomeno strutturale che produce il risultato di migliorare anche la vita dei Paesi di destinazione, apportando forza lavoro e conoscenze.

Le persone costrette ad abbandonare le loro terre sono vulnerabili e indifese e corrono il frequente rischio di essere reclutate da cellule terroristiche e di diventare parte della piccola criminalità ed autori di reati una volta giunti nei Paesi ospiti.

L’impatto drammatico causato da detta consequenzialità di eventi non è dunque in Africa, è nei Paesi dove queste persone si recano. Ed ecco perché il problema ci riguarda.

A Marzo si è tenuto il Forum sull’Acqua a Dakar, Senegal, dove è stato fatto il punto sulle sfide che il continente sta affrontando, sfide da cui dipendono le sue sorti e quelle del resto del pianeta, appunto, per ritrovare pace e stabilità, ma ciascuna comunità deve tutelare il proprio ambiente per salvaguardare le future generazioni.

Si può restare sotto la soglia dei 2 gradi che costituiscono il minimo per la salvaguardia del pianeta solo se partecipano tutti. La scorsa estate (2021) la Riunione ministeriale G20 su Energia e Clima si era già chiusa con il comunicato sottoscritto, per la prima volta, in modo congiunto, con cui i Paesi hanno concluso affermando che per evitare la catastrofe bisogna agire subito, ma la volontà deve essere da parte di tutti. Non c’è più tempo.

Un ruolo fondamentale lo riveste l’azienda e per raggiungere il risultato è fondamentale la redazione del Codice Etico. Questo disciplina molti aspetti della vita aziendale.

Oltre ai valori, quali uguaglianza, equità, riservatezza, tutela della persona, onestà, imparzialità,  trasparenza, un aspetto di rilievo lo deve occupare la tutela dell’ambiente.

Gli HR saranno responsabili ed avranno anche il compito di verificare che il Codice contenga tutte le misure atte ad eliminare al minimo le emissioni di CO2 e tutte quelle condotte che possono contribuire a recare danno all’ambiente. Avranno il compito di farle rispettare da parte dei dipendenti, pena l’applicazione di sanzioni disciplinari in caso di loro violazione.

Le aziende saranno sempre più soggette anche a certificazione, al fine di controllare il rispetto da parte loro dei criteri della sostenibilità, considerando che il Ministero della Transizione Ecologica, ad esempio, ha introdotto le Linee Guida per la campagna Plastic Free, che hanno affermato l’importanza del luogo di lavoro per la riduzione dell’impatto ambientale, motivo per cui è necessario educare al rispetto dell’ambiente attraverso una costante azione di sensibilizzazione. E al riguardo, il risultato sarà un’azienda più attrattiva agli occhi degli stakeholders e, di conseguenza, anche più produttiva e competitiva, oltre ad un maggior benessere inteso come maggior equilibrio in termini economici e sociali per tutti.


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