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Decreto Dignità. In tema di contratti a termine solo un maggior turn-over

Decreto Dignità.  In tema di contratti a termine solo un maggior turn-over

di Anna Maria Corna

Le modifiche introdotte dal Decreto Legge n. 87 (cosiddetto “Decreto Dignità”) del 13/7/2018 al D. Lgs.  n. 81/2015, secondo le intenzioni del Governo, dovrebbero limitare il ricorso ai contratti a tempo determinato, incentivando le assunzioni e/o le trasformazioni dei rapporti a tempo indeterminato.

E’ auspicabile che ciò avvenga, ma il Decreto potrebbe anche ottenere l’effetto contrario.

Se un’azienda non ritiene - per i più svariati motivi di tipo organizzativo, o semplicemente per poter meglio valutare i lavoratori - di effettuare assunzioni a tempo indeterminato, continuerà ad avvalersi dei contratti a termine, semplicemente facendo ricorso ad un maggior turn-over.

Invero, l’unico effettivo limite all’utilizzo di questa tipologia contrattuale è la percentuale del 20%, rispetto al numero dei dipendenti a tempo indeterminato, introdotta con le novelle del 2014 al previgente D. Lgs. 368/2001 e poi stabilita dall’art. 23 del Lgs. n. 81/2015, non certo il tempo massimo di durata del contratto a termine, che riguarda solo il singolo lavoratore.

L’aver, quindi, reintrodotto le ragioni (causali) per il rinnovo o la proroga del contratto a tempo determinato, dopo i primi 12 mesi, potrebbe indurre le aziende a far cessare il rapporto di lavoro con quel determinato lavoratore, per andarne ad assumere un altro. L’esatto contrario dell’obiettivo prefissato dal Decreto.

E’ ovviamente corretto porre un limite al numero dei rinnovi ed alla durata massima del contratto tra un’azienda ed il medesimo lavoratore, ma un anno è un tempo che le azienda potrebbero ritenere insufficiente.

Con il precedente limite di 3 anni, la trasformazione del contratto a tempo indeterminato era quasi scontata. Infatti, dopo tre anni, un’azienda ha pochissimo interesse a perdere un lavoratore ormai formato ed introdotto nel contesto produttivo, per cui difficilmente rinuncerà a quel lavoratore solo per poter mantenere un rapporto c.d. flessibile.

Dopo solo un anno, in mancanza di esigenze sostitutive o di una delle altre ipotesi stabilite dal Decreto Dignità, è, invece, molto più probabile che l’azienda decida di far cessare il rapporto di lavoro con quel lavoratore, per assumerne un altro, senza dover indicare una causale.

L’effetto del Decreto Dignità rischia quindi di essere solo un maggior turn-over, limitando anche la possibilità per il lavoratore di essere poi assunto a tempo indeterminato.

A ciò si aggiunga che, nell’immediatezza, verranno meno un significativo numero di rapporti di lavoro.

Invero, tutte le aziende che stavano per rinnovare ulteriormente i contratti a termine, in base alla disciplina vigente fino al 13 luglio scorso, a fronte di questa nuova norma semplicemente non rinnoveranno i contratti, in assenza delle causali richieste dal Decreto. Le aziende non saranno, poi, in grado, in tempi brevi, di selezionare ed assumere altri dipendenti e, quindi, sarà tutto “lavoro perso”.

Il Ministro del Lavoro ha dichiarato che la tabella, relativa al numero di 8.000 posti di lavoro che si ipotizza possano venir meno, non è stata elaborata dal proprio Ministero e, quanto meno delle recenti notizie di stampa, sembrerebbe elaborata dall’Inps.

Poco importa chi l’abbia redatta, ed anche che i dati siano in discussione, essendo comunque quantomai probabili. Altro esponente del Governo, nel corso di una trasmissione televisiva del 13 luglio (giorno della pubblicazione del Decreto), ha azzardato che si tratterebbe di un dato relativo ai rapporti che da tempo determinato si andrebbero a trasformare a tempo indeterminato. Questa spiegazione trasuda ottimismo, ma è difficile che sia così, per le ragioni dette sopra.

In definitiva quindi, il nostro Legislatore, dopo aver fatto dei notevoli passi avanti per promuovere le assunzioni ed incentivare la trasformazione del rapporto a tempo indeterminato, dopo che il lavoratore si può considerare davvero inserito in azienda, è tornato indietro, ponendo dei limiti di fatto incoerenti, rispetto allo scopo dichiarato, se non davvero controproducenti per le imprese ed i giovani che si affacciano al mondo del lavoro.

 

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